Il ritorno della guerra nel Golfo Persico sta producendo effetti diretti anche sul territorio europeo. L’attacco con drone alla base della Royal Air Force britannica di Akrotiri, a Cipro, avvenuto all’inizio di marzo, insieme ai successivi attacchi missilistici diretti verso l’isola e sventati, ha rappresentato uno dei nodi centrali nelle discussioni del Consiglio europeo sulla crisi iraniana.

Sull’isola sono presenti due aree di sovranità britannica, Akrotiri e Dhekelia: un retaggio dell’epoca coloniale che continua a svolgere una funzione strategica di primo piano. La loro posizione geografica – a poche centinaia di chilometri da Siria, Libano e Israele – le rende una piattaforma ideale per missioni di sorveglianza, proiezione aerea e supporto logistico.

Non a caso, Londra ha autorizzato l’utilizzo delle basi per operazioni statunitensi contro obiettivi missilistici iraniani, una decisione che ha verosimilmente contribuito a trasformarle in bersagli.

Questa situazione alimenta la preoccupazione delle istituzioni e dell’opinione pubblica cipriota. Al suo arrivo a Bruxelles per il vertice del Consiglio europeo, il presidente della Repubblica, Nikos Christodoulides, ha promesso una “discussione aperta e franca con il governo britannico” sul futuro delle basi. I leader europei hanno successivamente dichiarato di essere pronti ad assistere il governo cipriota in questa fase.

Per l’Unione europea, la questione si presenta particolarmente delicata. Formalmente, le basi costituiscono territorio del Regno Unito e restano quindi esterne al perimetro giuridico dell’Unione. Tuttavia, il loro impatto sulla sicurezza di uno Stato membro come Cipro è evidente, tanto sul piano militare quanto su quello politico.

Tra gli osservatori si moltiplicano dunque gli interrogativi sulla possibilità europea di attivare la “clausola di solidarietà” prevista dai Trattati, che consentirebbe ai Paesi membri di mobilitarsi a sostegno di uno Stato in difficoltà.

Secondo quanto riportato da Cyprus Mail, al momento l’intenzione prevalente sembra essere quella di limitarsi al dialogo con il Regno Unito, anche alla luce della riluttanza degli Stati membri a un coinvolgimento diretto nel conflitto. Christodoulides è rimasto evasivo di fronte alla domanda su una possibile richiesta di chiusura – anche temporanea – delle basi, limitandosi a dichiarare che “non negozierà in pubblico”.

Dal canto loro, i britannici escludono qualsiasi ipotesi di dismissione. Il sottosegretario alle Forze armate, Al Carns, ha infatti affermato che “il futuro delle basi non è in discussione” e che il rapporto con la controparte cipriota è “più stretto che mai”.

Il tema, tuttavia, continua a generare tensioni all’interno della politica cipriota. Stefanos Stefanou, leader della forza di opposizione AKEL (The Left), ha chiesto apertamente l’abolizione delle basi, ribadendo come il suo partito “sottolinei questo punto da decenni” e come “la sfida oggi sia chiarire in ogni sede che Cipro non è, e non intende diventare, una base di guerra”.

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